Farmaci animali: Italia è primo paese UE a introdurre la ricetta elettronica

25 ottobre 2018

Italia apripista in Europa per l’introduzione della prescrizione elettronica obbligatoria, anche per i farmaci veterinari. Il nuovo provvedimento del Ministero della Salute, in vigore dal 1 gennaio 2019, prevede la tracciabilità dei medicinali e delle terapie cui vengono sottoposti sia gli animali destinati alla catena alimentare, sia quelli da compagnia. Un controllo fondamentale soprattutto per gli antibiotici, di cui il nostro Paese è uno dei maggiori utilizzatori. 

Ne hanno discusso oggi i rappresentanti delle istituzioni, del settore zootecnico e agroalimentare e dei consumatori al convegno “Uomo ed animali, un’unica salute” organizzato da AISA-Federchimica, Associazione delle aziende farmaceutiche del settore veterinario, nell'ambito delle Fiere Zootecniche internazionali di Cremona. 

La ricetta elettronica obbligatoria consentirà un controllo pressoché totale sull'andamento della produzione, della vendita, della distribuzione e dell’effettivo utilizzo dei medicinali.  “Oltre alla possibilità di una tracciabilità completa del farmaco - fa notare Arianna Bolla, Presidente di AISA - avremo completa disponibilità di informazione sull'uso antibiotico, compreso il consumo per specie animale: particolare non da poco, perché a partire dalle caratteristiche del consumo per specie si potranno avviare maggiori controlli, più mirati, ma soprattutto maggiore formazione agli allevatori e ai veterinari. Tutte misure per allevare animali più sani”. 

Al convegno sono stati presentati dati incoraggianti su questo tema: negli ultimi sei anni il consumo di antibiotici animali è calato del 30%, portando un primo importante contributo alla lotta contro l’antibiotico resistenza.
Questo grazie anche all'aumento dell’utilizzo delle profilassi vaccinali che riducono l’insorgenza della malattie negli animali.
I dati delle rilevazioni CISS (Ceesa International Sales Survey) evidenziano come in Italia, da dicembre 2013 a giugno 2018, le vendite di vaccini e sieri siano aumentate del 25%. Inoltre il consumo di antibiotici dovrebbe ulteriormente calare, grazie a una crescente serie di misure adottate dalla Comunità europea, dai ministeri competenti, dalle associazioni di allevatori e veterinari, tra cui appunto la ricetta elettronica.
 
In base alle rilevazioni del Ministero della Salute, la vendita dei medicinali veterinari contenenti agenti antimicrobici ha registrato una diminuzione delle vendite totali nel 2016, pari all'8,4% rispetto al 2015: una riduzione ancor più significativa se si considera il calo del 30% dal 2010. La diminuzione è associata ad un importante calo della classe delle polimixine -42% rispetto al 2015. Altri cali significativi riguardano le classi identificate dalla World Health Organization (WHO) come Critically Important Antimicrobials – Antimicrobici di importanza critica (CIA), ovvero chinoloni, -26%, fluorochinoloni -20% e cefalosporine di 3°e 4° generazione, -4%.
Si riscontra, infine, una contrazione dell’8% anche per le forme farmaceutiche autorizzate, come premiscele, polvere e soluzioni orali, impiegate principalmente per i trattamenti di gruppo. 

Il tema della salute animale è inevitabilmente legato al benessere del consumatore, che molto spesso ha poca fiducia nei controlli, soprattutto se si parla di antibiotico residuo presente nella carne e nei formaggi.

“Il problema non è il residuo, come erroneamente si ritiene, ma l’antibiotico resistenza”, ha affermato la Presidente Bolla. “Il timore del residuo è frutto della disinformazione perché ogni farmaco, in medicina veterinaria, viene registrato effettuando studi sui tempi di attesa o sospensione, cioè sul tempo che deve intercorrere tra l’ultima somministrazione di un medicinale e il momento della macellazione dell’animale. In realtà i residui sono assolutamente innocui e in linea con gli standard di sicurezza previsti dalla normativa vigente. Il vero problema è l’antibiotico resistenza, che si sviluppa negli esseri umani consumatori di carne: i medici ci dicono che sempre più spesso si imbattono in batteri resistenti. I più pericolosi, però, non arrivano dalla veterinaria. Andrebbe considerato il quadro nel suo complesso, cioè non solo l’utilizzo sugli animali, ma anche il consumo della popolazione. In questo senso ci sono direttive che allo stesso modo spingono verso una limitazione dell’utilizzo. Il settore veterinario, comunque, sta facendo la sua parte”.


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