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L'INDUSTRIA CHIMICA IN CIFRE

Dati e analisi per conoscere meglio l'industria chimica

L'obiettivo è rendere disponibili, in modo semplice, le informazioni necessarie per la comprensione delle problematiche dell'industria chimica, del suo ruolo e dei suoi trend evolutivi nel mondo e in Italia. Ogni sezione tratta un argomento specifico accompagnando al testo alcune tavole.

L'insostenibile costo dell'energia e le arretratezze infrastrutturali


La chimica è un settore energivoro in quanto trasforma la materia per ottenere sostanze e prodotti indispensabili praticamente per ogni attività economica. In particolare, risulta il primo settore industriale per consumo di gas naturale e il secondo tra i settori energivori per consumo di energia elettrica.

L’elettricità rappresenta il 35% dei consumi  energetici dell’industria chimica, il calore il 29%, i combustibili gassosi (gas naturale) il 27%, i combustibili liquidi (benzina, gasolio, olio combustibile, GPL) il 7%, l’energia da fonti rinnovabili e rifiuti non rinnovabili il restante 4%.

I combustibili fossili (petrolio e gas naturale)  rappresentano per l’industria chimica non solo una fonte energetica, ma anche una materia prima e la loro integrale sostituzione, sulla base delle tecnologie attualmente disponibili, non è realizzabile. Di conseguenza, il comparto rientra tra i settori «hard to abate» che, nel complesso, dovranno investire circa 10 miliardi di euro in R&S per mettere a punto soluzioni alternative (Boston Consulting Group, anno 2021).

Il settore chimico ha già avviato le prime bio-raffinerie per la produzione di bio-diesel e bio-etanolo ed è l’unico, insieme alle raffinerie petrolifere, a contribuire alla produzione di idrogeno necessaria a soddisfare l’attuale domanda nazionale per usi non energetici (pari a 480 kt/anno di cui 106 provenienti dalla chimica).

 

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Prima del conflitto in Ucraina e dei rincari senza precedenti del gas naturale, il costo dell’energia - considerando anche l’impiego come materia prima - aveva un’incidenza sul valore della produzione pari all’11%, la più elevata nel panorama industriale e con punte ben più alte in alcune produzioni (quali gas tecnici, fertilizzanti, fibre, abrasivi, colorifici ceramici oltre a molteplici sostanze della chimica di base come ammoniaca, acido solforico e cloro soda).

L’elevata incidenza del costo dell’energia evidenzia il forte impatto negativo in termini di competitività che un divario di costo dell’energia rispetto agli altri Paesi provoca nell’industria chimica in Italia.

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Storicamente le imprese energivore in Italia soffrono di una doppia penalizzazione rispetto agli altri Paesi europei con riferimento al gas naturale in quanto, oltre a pagare un extra costo sul prezzo all’ingrosso, non beneficiano di un meccanismo di agevolazione su fiscalità e parafiscalità.
Un ulteriore effetto penalizzante per l’Italia deriva da una applicazione distorsiva in Europa dei meccanismi delle tariffe di transito gas. La normativa europea ha aperto la strada all’adeguamento della normativa nazionale per esentare le imprese a forte consumo di gas dal pagamento di una quota degli oneri derivanti dalle politiche climatiche, ma tale riforma non è stata ancora perfezionata.

Prima del conflitto in Ucraina, il costo dell’elettricità per le imprese industriali in Italia risultava più elevato della media degli altri principali Paesi europei del 18%. Grazie ad alcuni interventi normativi, tale divario si era recentemente ridotto per gli energivori (mentre restava ampio per le altre imprese), tuttavia rischia di aggravarsi in modo significativo alla luce della forte dipendenza dell’Italia dal gas naturale per la produzione elettrica. 


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Il divario effettivo nei costi dell’energia elettrica risulta anche più ampio di quanto rilevato da Eurostat se si tiene conto della compensazione dei maggiori costi indiretti dell’elettricità (connessi al costo dei permessi per le emissioni di CO2 secondo lo schema europeo ETS) praticata da tempo da tutti i principali Paesi produttori. In Italia tale compensazione è stata introdotta per la prima volta con riferimento ai costi del 2020, tuttavia l'insufficienza dei fondi disponibili comporterà un'entità dei pagamenti effettivi verosimilmente inferiore ad un quarto di quella prevista dalla regolamentazione europea.

Questa penalizzazione è destinata ad incidere sempre di più sia per la diminuzione delle quote gratuite a disposizione sia per l’aumento del costo dei permessi per le emissioni di CO2 che, in due anni, risulta più che triplicato. Guidano tale rincaro l’innalzamento degli obiettivi ambientali europei - amplificato anche da fenomeni speculativi - e, più recentemente, una maggiore richiesta di carbone e olio combustibile per la produzione elettrica a fronte della crisi del gas.

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La chimica è particolarmente sensibile all’alto costo dell’energia in Italia in quanto, più di altri settori, unisce un’elevata intensità energetica (0,07 migliaia di tep per milione di euro di fatturato che diventano 0,19 se si considerano anche gli usi come feedstock) ad una forte esposizione alla concorrenza internazionale (quota di fatturato all’export superiore al 50%).

In effetti, il divario nei costi energetici è il più grave fattore di potenziale delocalizzazione delle produzioni chimiche italiane, non solo verso aree lontane e a basso costo, ma anche verso altri Paesi europei come la Francia.

Anche la logistica è una componente strategica per l’industria chimica, che trasporta ogni anno oltre 40 milioni di tonnellate di prodotti con un’incidenza di costo sul fatturato intorno al 9%. A causa di arretratezze infrastrutturali mai colmate, il costo della logistica in Italia è di oltre il 25% superiore a quello degli altri maggiori Paesi europei, penalizzando fortemente la competitività delle imprese italiane a livello internazionale.

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